22 febbraio 2011 - 9:54
Fulvio Irace sull'ultimo numero del domenicale del Sole 24 Ore evidenza come ci sia stata una certa crescita dell'architettura italiana, almeno nelle sue performance medie, in Italia e all'estero, ma anche come questo progresso non riesca a fare cultura, ad assumere una consapevolezza di se stesso, a imporsi all'estero come fenomeno magari sotto le insegne del made in Italy. Vero. Condivido il tema. Progetti e concorsi testimonia tutte le settimane da sei anni questo lento e faticoso innalzamento del livello medio dell'architettura italiana, dovuto soprattutto alle giovani generazioni che non hanno più tanti timori reverenziali verso i loro padri e conoscono il valore del mercato. I quarantenni e i trentenni non esitano ad aprire uno studio a Barcellona o a Londra, progettano ove possibile, partecipano alla nostra iniziativa per il Memoriale ai caduti di pace, reclamano i concorsi (come stiamo facendo noi con la proposta di legge di iniziativa popolare). Nomi di cui non c'era traccia fino a qualche tempo fa negli articoli dei critici e che ora cominciano a farsi strada anche lì. Sono orientato a pensare che la responsabilità maggiore di questo fenomeno di non-emersione e non-consapevolezza spetti proprio alla critica, alla gran parte della critica, e non solo a quella delle riviste di settore tradizionali.
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