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Infrastrutture e noninfrastrutture, realtà e demagogia dell’acqua in Italia

Luoghi e nonluoghi. Infrastrutture e noninfrastrutture, si potrebbe dire. Politiche e nonpolitiche. L’Italia ha fame di riforme capaci di coniugare sviluppo e regole, allargamento del mercato e investimenti (pubblici e privati). Ha fame di riforme nella gestione del territorio, nelle infrastrutture, nei servizi collettivi. Le attuali politiche – ammesso che ne esistano – appaiono opache, discontinue, occasionali. Proprio come il nonluogo di Marc Augè, queste nonpolitiche generano sentimenti stranianti, di non-appartenenza, di non-identificazione. Basti pensare alle grandi opere infrastrutturali che avrebbero dovuto ammodernare il paese e collegarci all’Europa: il sostanziale fallimento della legge obiettivo non ha lasciato il posto a nulla. Abbiamo l’alta velocità Torino-Milano-Napoli a ricordarci che le infrastrutture sono non soltanto cantieri, ma anche contenitori di servizi. Per il resto, la legge obiettivo nata nove anni fa per cambiare tutto ha lasciato un altro elenco sterminato di incompiute.

Oppure si pensi alle città italiane, che non hanno più alcun sostegno da politiche urbane condivise, nessuno stimolo alla modernizzazione, scarsissima iniezione di architettura di qualità. Nessun momento di confronto sulla cultura e sulle pratiche urbane. Dov’è finita la legge promessa dal ministro Bondi sulla qualità architettonica e sull’obbligo per gli enti pubblici di promuovere concorsi? Sparita nel nulla. Occasionalità allo stato puro.

Il settore idrico è il paradigma di questo stato di cose. Un esempio emblematico di politica occasionale, episodica. Il governo ha approvato nel 2009 una buona riforma dei servizi pubblici locali, che apre una stagione nuova di gare e di competizione per l’assegnazione del servizio nei settori dell’acqua, del trasporto locale, dei rifiuti. La riforma ha il grande merito storico di chiudere l’era dei servizi in house: un sistema basato su zero gare, zero controlli sui costi, conflitti di interessi tra gli enti locali e le loro controllate, investimenti a rilento. Dietro la riforma del governo, voluta da due ministri “leggeri” (Fitto agli affari regionali e Ronchi alle politiche comunitarie) non c’è però alcun disegno di politica industriale. Non è un caso se poi il governo con la legge Calderoli-Brunetta chiude gli Ato (ambiti territoriali ottimali) che governano il ciclo idrico per ridurre gli enti inutili (inutili?) e non li sostituisce con nulla, generando la paralisi totale del settore. Manca un disegno organico di politica industriale.

Alla politica episodica del governo risponde la demagogia del referendum promosso da ambientalisti, movimenti di sinistra e Italia dei valori contro la “privatizzazione dell’acqua”. Non c’è in corso nessuna privatizzazione del bene-acqua.Il bersaglio del referendum è sbagliato: non sono le gestioni private il problema dell’acqua in Italia.

Blue 2010, il rapporto Utilitatis-Anea presentato ieri, 21 settembre, conferma lo strapotere delle gestioni pubbliche: su 72 affidamenti effettuati in Italia 34 riguardano società in house, controllate al 100% dagli enti locali, 13 sono quotate in Borsa (ma quasi tutte con forte partecipazione degli enti locali), 12 sono società miste pubblico-privato (con prevalenza di controllo pubblico), 7 sono salvaguardia di vecchie gestioni pubbliche e solo sei sono società di capitali “private”.
La riforma Fitto-Ronchi non tocca i pilastri fondamentali della leva pubblica: l’acqua è confermata dalla legge come bene pubblico, la competenza politica e programmatica dell’acqua spetta agli enti locali, gli impianti idrici sono tutti di proprietà pubblica, l’organismo di controllo è pubblico, la formazione delle tariffe è in mani pubbliche. La partecipazione dei privati alla sola gestione del servizio idrico può aiutare a fare un salto verso un modello più industriale di servizio.
Soprattutto servono più investimenti. Blue 2010 conferma che questo è il vero problema dell’acqua in Italia insieme a una gestione davvero industriale. Il dato più importante è a pagina 121. La revisione dei piani di ambito segnala una riduzione del 37% degli investimenti programmati nel primo triennio del piano. Promesse non mantenute. Dopo le revisioni (pagina 131) l’importo programmato degli investimenti viene inoltre ridotto del 28,6% per gli acquedotti e del 17,6% per depurazione e fognatura.

Interessante vedere chi non realizza gli investimenti promessi (vale la pena di ricordare che il 55-60% sono manutenzioni straordinarie di opere esistenti). Per le gestioni pubbliche in house la riduzione della componente tariffaria legata agli investimenti oscilla fra 40 e 50%. Per le spa miste fra il 13 e il 19,6%. Che significa? Che i tagli agli investimenti delle gestioni pubbliche sono più forti e non c’è da meravigliarsi: è più difficile per loro andare in banca a chiedere mutui e finanziamenti ed è più difficile per gli amministratori tenere fede ai piani di aumenti tariffari. Le gestioni pubbliche in questo modo restano legate a quella finanza pubblica che sta riducendo ovunque il proprio impegno concreto di cassa, spesso cancellando anche stanziamenti già accordati.

  • giorgio santilli |

    sono io che la ringrazio lei, signor Agherbino. quando i temi sono complessi è meglio discuterne apertamente. un blog serve a questo. penso che l’acqua sia un bene pubblico e tale debba restare. ma anche un bene economico. i beni economici – dice la teoria economica – sono i beni di cui c’è scarsità. l’aria non è un bene economico, l’acqua sì perché scarseggia (e scarseggerà sempre più). inoltre, per far arrivare l’acqua nelle case sono necessari investimenti. anche i beni pubblici, anche i consumi collettivi non possono sottrarsi alle leggi dell’economia. per fare investimenti sono necessarie risorse e mi pare corretto – anche per incentivare una gestione efficiente – che una parte di queste risorse arrivi dalla tariffa che deve coprire costi di gestione, manutenzione e parte degli ammortamenti. ma lasciamo stare il ragionamento economico e facciamone uno ambientale. se l’acqua è gratis si incentivano gli sprechi.
    mi scusi se l’ho fatta lunga, ma è giusto parlare di questi temi e confrontare posizioni diverse. è diverso prevedere – ma questo è possibile per qualunque bene -una fascia sociale di persone cui l’acqua andrebbe data gratis o a bassissimo prezzo.

  • agherbino antonio |

    Chissà perché ogni argomento in Italia è sempre complesso. Senza alcuna polemica, anche il settore idrico non fa eccezione. Seguo da anni questa materia ed ho notato mille risposte ad un problema ma non una soddisfacente per l’utente. Occorre stabilire un postulato. L’ACQUA POTABILE È UN BENE DI DIRITTO PUBBLICO ED INALIENABILE. (Non solamente pubblico). Se attiviamo un altro postulato disatteso sistematicamente “ Lo Stato controllore e non padrone” facciamo un passo avanti. Se consideriamo la inalienabilità del bene significa che l’acqua potabile sarà gratuita all’utente. Se aggiungiamo che per principio occorre evitare ogni forma di speculazione economica (tranne i costi di gestione) allora non rimane che l’ AUTOGESTIONE. L’impianto idrico è proprietà dello Stato (o Regione), tutte le spese complessive per la gestione e manutenzione degli utenti.
    Diverso è il discorso sull’acqua per uso industriale. Mi scusi se le sono parso invadente. Grazie

  • Filippo |

    Però il referendum avrà almeno il merito di far parlare il paese di una risorsa preziosa e finita come l’acqua, che tutti sprechiamo allegramente, fregandocene delle generazioni future. Così siamo destinati a finire come su Dune, con i tubicini che raccolgono il sudore perché di acqua sul pianeta non ce n’è più.

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