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Con la progettazione partecipata avvicini città e cittadini: da Testaccio a Joseph Rykwert

A Testaccio, il quartiere popolare di Roma dove vivo, si è presentata la scorsa settimana l'associazione "Testaccio in piazza" con l'iniziativa "Fatti la piazza tua". E' la proposta di un laboratorio di progettazione partecipata che intende – cito testualmente – "definire le linee di progetto e di gestione della nuova piazza Testaccio da fornire all'amministrazione comunale per i futuri interventi". Sono anni che dalle colonne di Edilizia e territorio proponiamo la progettazione partecipata come soluzione a molti problemi italiani, dalla bassa qualità dei progetti al malfunzionamento della Via alla separatezza di amministrazioni e grandi società pubbliche dai bisogni delle comunità. I risultati sono scarsi: da una parte amministrazioni e società pubbliche restano sorde, dall'altra l'esperienza somiglia ancora troppo ai comitati di quartiere di un tempo (l'esperienza di Testaccio sembra diversa dai primi passi). Citerò l'illustre studioso americano della città, Joseph Rykwert, e il suo "The seduction of place. The History and Future of the City", opera del 2000, tradotta in Italia da Einaudi nel 2003, per sostenere l'importanza della progettazione partecipata senza essere accusato di fare politica.

Nella parte conclusiva del suo saggio, Rykwert si pone alcuni interrogativi per il nuovo millennio. Anzitutto trovo davvero illuminante la missione che il professore della University of Pennsylvania attribuisce all'architetto. Sposta più avanti quell'idea, che coltivo da 20 anni, che l'infrastruttura sia soprattutto un contenitore di servizi. Ecco cosa dice Rykwert.

"Il dovere principale dell'architetto, la sua vera arte, consiste nel dare 'forma' al modo in cui l'edificio funziona. Spesso farlo funzionare non è così difficile, ma il segreto del mestiere e dell'abilità dell'architetto è saper fare di questo funzionamento una forma leggibile e saper manipolare e controllare l'intensità metaforica di queste forme, così che lo spettatore possa recuperare una parte delle risorse che l'artista o l'architetto vi hanno investito. E' necessario riaffermare il ruolo specifico ricoperto dall'architetto nella creazione del tessuto urbano".

Da qui alla progettazione partecipata il passo è breve ed è lo stesso Rykwert a compierlo. "Per plasmare le nostre città e farne una nostra espressione è indispensabile la partecipazione costante della comunità, il suo costante coinvolgimento, un'idea che sembra essere stata tragicamente dimenticata dai vari organismi che ci governano. Per capire la città nel suo dinamismo tridimensionale, per seguire e modulare il suo processo di autogenerazione, per connettere ed estendere il suo tessuto è necessario uno studio dell'uomo, occorre capire inc he modo l'esperienza umana trasforma in immagine la forma costruita. 'Non fate piccoli progetti' era lo slogan attribuito a Daniel Burnham, autore del grande piano di Chicago del 1909; 'non hanno quella magia che sa inebriare gli animi'. Non è di inebriamento e magniloquenzia che oggi abbiamo bisogno, ma di sobrietà ed efficacia. Perciò, questo è il mio consiglio, fate piccoli progetti e fatene tanti".

Ed ecco la conclusione e l'auspicio cui giunge Rykwert che oggi, insieme all'economista Saskia Sassen e allo piscoanalista James Hillman, è a mio avviso tra i più grandi studiosi della città nel mondo. "Se riuscissi a trovare un'Organizzazione non governativa capace di questo genere di comprensione e in grado di promuovere la proposta di soluzioni – che non si limitasse cioè a ostacolare gli eccessi peggiori dei predatori urbani, ma che realizzasse quel passaggio cruciale dalla proposta al progetto – a un gruppo siffatto andrebbe tutta la mia lealtà. Lo sforzo politico e intellettuale di esercitare un influsso reale sulle nostre città ha bisogno dell'azione di questi gruppi, e magari di più di uno. E ha anche bisogno di una riconsiderazione storica della città e delle sue istituzioni, una riconsiderazione a cui spero questo libro abbia offerto un contributo".

Piccola chiosa polemica finale. Questa può essere la base di una riflessione comune a molti, spero. Devo dire che non ho sentito proposte così lucide e dettagliate nelle piattaforme delle Cinquestelle di Grillo, mentre una legge che rivoluzioni il rapporto tra infrastrutture e comunità territoriali è contenuta nelle proposte elaborate per Confindustria da Giuseppe Mele. Proprio con lui, una decina di anni fa, avviavamo questo genere di riflessioni su Edilizia e Territorio. Da allora si è fatto qualche passo indietro, ma non passi avanti, almeno sul piano delle riforme legislative. La legge urbanistica è lontana, i concorsi di architettura hanno vissuto un'altra stagione di fallimenti, la voce del territorio coincide – quando c'è –  con il veto e l'interesse spicciolo più che con la progettazione partecipata dalla comunità.

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