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L’architettura contemporanea diffusa a 1.000 euro/mq può cambiare il mercato immobiliare

Ringrazio Benedetto Camerana, Luigi Prestinenza Puglisi e gli altri amici per i loro commenti che arricchiscono il dibattito sull'architettura di qualità a 1.000 euro/mq. In particolare non mi sfuggono i loro richiami a temi-chiave del futuro: il rapporto fra costo di costruzione, costo di gestione e manutenzione, costo di vendita.

Implicano una riflessione (largamente in corso) sui rapporti in questa fase fra architettura, risparmio energetico, mercato immobiliare, coscienza del settore delle costruzioni sulla reale domanda di edilizia. Perché da molti segnali l'invenduto che dilaga – si vedano le stime del Cresme – non riguarda l'offerta architettonicamente e tecnologicamente avanzata. Pur raccogliendo queste suggestioni ulteriori per allargare l'orizzonte della discussione, voglio però riconfermare la nostra convinzione nel portare avanti la campagna sull'architettura di qualità a 1.000 euro/mq. L'architettura oggi più che mai ha bisogno di essere conosciuta e ha bisogno di alleanze.

C'è una profonda ignoranza nel paese sul livello di qualità che l'architettura italiana ha raggiunto, a livello internazionale, nazionale e in molti ambiti territoriali. Merito delle generazioni dei 50enni, dei 40enni e ora anche dei 30enni, che hanno saputo abbandonare il rapporto perverso e dominante politica-architettura-università e hanno saputo guardare al mercato, inteso anche come domanda nuova ed emergente.

Le inchieste di "Progetti e concorsi" curate da Luigi Prestinenza Puglisi, Paola Pierotti, Mauro Salerno e Massimo Frontera lo dimostrano: decine e forse centinaia di architetti in Italia danno voce a un'architettura contemporanea diffusa di qualità. Questa voce resta però una quota infinitesimale del costruito nel nostro paese. La maggior parte dei costruttori continua a pensare che costruire con un buon progetto costi troppo e non si accorgono dell'opportunità che invece offre: retaggi da palazzinari che hanno fatto l'edilizia in questo paese, inutile nascondersi che è un atteggiamento ancora molto diffuso. Per questo spiegare che l'architettura di qualità può costare poco più del progetto affidato al geometra d'impresa è un'operazione culturale decisiva per questo paese che poi avrà bisogno di sancire con legge anche il ruolo dell'architettura negli spazi pubblici.

Questa è la ragione per cui mi accanisco sul tema e continuo a crederci. Il grande pubblico e le imprese di costruzioni: sono questi gli alleati che la buona architettura contemporanea diffusa deve conquistare. Noi procediamo su questa strada: contributi e un po' di entusiasmo non guastano.

 

 

 

  • giorgio santilli |

    Lascio il suo commento com’è, caro Mezzasalma, sapendo che tocca una questione delicata. Prometto che tornerò sulla questione. In sintesi, penso che una migliore divisione del lavoro aumenterebbe la qualità dell’output finale. Penso anche che debba essere un mercato più consapevole, e non la legge, a favorire questa migliore divisione del lavoro. Ma qui si aprirebbero mille altri discorsi sulle professioni, sulla formazione, sugli stessi meccanismi di mercato di selezionare l’offerta. Intanto, grazie. Ovviamente la mia espressione non voleva avere nulla di offensivo verso i singoli professionisti ma descrivere una realtà che esiste.
    Un cordiale saluto
    GS

  • Emauele Mezzasalma |

    Rilevo, ancora una volta, l’uso dell’espressione “geometra d’impresa” come icona della mediocrità progettuale. Lungi dal farmi paladino della categoria, suggerirei, sommessamente, l’opportunità di usare terminologie più congrue alla realtà. Forse riferirsi ad un generico “tecnico d’impresa” pare più veritiero. Sempre più spesso, infatti, i tecnici impiegati dalle imprese sono architetti ed ingegneri, proprio perché costano come i semplici geometri : non mi pare, parimenti, che la qualità progettuale e operativa sia altrettanto migliorata. Ebbene, il sospetto che le cause di questa diffusa modestia creativa non sia da ricercare precipuamente sulla formazione scolastica del tecnico, è forte. Si può essere padroni, ad esempio, delle tecniche per realizzare edifici energeticamente efficienti ma ci si scontra con imprese che non hanno le capacità produttive perché, magari, si affidano a manodopera non qualificata. Qualora l’impresa si cimenti in opere “innovative”, un poco per proprio lucro, un poco per speculazioni operate dai fornitori dei materiali, vede lievitare notevolmente il costo della realizzazione che sarà riversato sull’acquirente. In vero, un’unità immobiliare collocata in classe energetica A, è venduta, come minimo, al 50% in più del prezzo di quelle cosiddette “normali” già realizzate e disponibili sul mercato. Probabilmente, un incremento così importante del prezzo alla vendita dell’immobile, non trova una giustificazione razionale. Ma tant’è. Non si dovrebbe dimenticare, inoltre, il gusto dell’utilizzatore finale dell’opera che, specie nei territori rurali o marginali rispetto ad un’area metropolitana, esigerebbe abitazioni rassicuranti e riconoscibili sotto tutti i punti di vista. Certamente vi è margine di miglioramento, ci mancherebbe, vi è sempre la possibilità di effettuare cambiamenti, anche radicali, ma bisogna riconoscere che, alcuni fattori non secondari della questione, siano indipendenti dalla mera formazione dei tecnici.

  • paola pierotti |

    Richard Ceccanti sottolinea giustamente il nodo critico della formazione. Negli ultimi anni l’accademia si è sempre più allontanata dal mondo della professione e lo dimostrano anche i tantissimi corsi post-universitari che offrono contenuti poco vicini alle reali esigenze del mercato. Così, solo quando si entra a contatto con il mondo del lavoro si inizia a giocare la vera partita. E la competizione (ricordandoci ad esempio che gli architetti iscritti nel 2010 sono 141mila) è durissima.
    La sfida non può che giocarsi sull’innovazione, sulla capacità dei professionisti di distinguersi offrendo a operatori e costruttori le migliori risposte possibili, riducendo al minimo i costi.
    Con il settimanale “Progetti e Concorsi” abbiamo più volte rilanciato il tema raccontando storie di giovani architetti e ingegneri che per affermarsi hanno dovuto mettere in campo non solo idee ma anche qualità imprenditoriali.
    Tra loro c’è Stefano Pampanin, ingegnere di 37 anni, partito da Pavia è oggi docente di anti-sismica in Nuova Zelanda e lega il suo nome all’innovazione delle costruzioni in legno (Pres Lam). Simone Giostra, 40 anni di origini marchigiane, ha uno studio di architettura a New York e si è specializzato nella costruzione di involucri con facciate interattive e hi tech, capaci di trasformare l’edificio da consumatore a produttore di energia.
    “Le idee innovative nascono tra chi ha dai 25 ai 35 anni – ci ha detto Pampanin – poi si finisce per occuparsi della parte manageriale”.
    La cultura della ricerca applicata sembra mancare nelle università italiane ma non nei singoli. Questo conforta.

  • richard ceccanti |

    il problema rimane sopratutto a livello di ricerca universitaria. le università italiane continuano a partorire laureati privi di conoscenze tecniche avanzate, con un numero bassissimo di ore di progettazione all’attivo rispetto ai loro colleghi d’oltralpe, fatte basandosi su idee che i loro professori, vecchi e lontani spesso dal mondo reale del lavoro, continuano a difendere. ma sopratutto manca nell’universita la cultura della ricerca come spinta in avanti della professione. in paesi come l’inghilterra, dove esisteva una cultura della bassa qualità costruttiva e della speculazione ediliza, la ricerca nelle facoltà in termini di ottimizzazione del processo progettuale e costruttivo ha smantellato negli anni la cultura del basso costo-bassa qualità. nonostante la crisi, questo ha prodotto un cambio di direzione rispetto al progetto anche da parte dei grossi gruppi di imprenditori immobiliari. qui le cose stagnano, perché le universita stagnano (a parte casi di eccellenza che fanno comunque fatica) e quindi i promotori del cambiamento non hanno cambiamenti da proporre. bisognerebbe che le cose le cominciassimo a cambiare noi, senza aspettarci che qualcuno si accorga di quanto siamo utili e bravi.

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