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Se fosse la critica con il paraocchi a frenare l’architettura italiana?

Fulvio Irace sull'ultimo numero del domenicale del Sole 24 Ore evidenza come ci sia stata una certa crescita dell'architettura italiana, almeno nelle sue performance medie, in Italia e all'estero, ma anche come questo progresso non riesca a fare cultura, ad assumere una consapevolezza di se stesso, a imporsi all'estero come fenomeno magari sotto le insegne del made in Italy. Vero. Condivido il tema. Progetti e concorsi testimonia tutte le settimane da sei anni questo lento e faticoso innalzamento del livello medio dell'architettura italiana, dovuto soprattutto alle giovani generazioni che non hanno più tanti timori reverenziali verso i loro padri e conoscono il valore del mercato. I quarantenni e i trentenni non esitano ad aprire uno studio a Barcellona o a Londra, progettano ove possibile, partecipano alla nostra iniziativa per il Memoriale ai caduti di pace, reclamano i concorsi (come stiamo facendo noi con la proposta di legge di iniziativa popolare). Nomi di cui non c'era traccia fino a qualche tempo fa negli articoli dei critici e che ora cominciano a farsi strada anche lì.  Sono orientato a pensare che la responsabilità maggiore di questo fenomeno di non-emersione e non-consapevolezza spetti proprio alla critica, alla gran parte della critica, e non solo a quella delle riviste di settore tradizionali.

Alla critica che per anni ha saputo guardare solo ai fenomeni di vertice, pronta a spendersi per un progetto di Renzo Piano o di Massimiliano Fuksas o sempre pronta a citare Gio Ponti, ma mai pronta a fare la valigia e andarsene in giro per l'Italia a cercare opere e talenti. Una critica che ha sempre rifiutato l'informazione, l'informazione-pura, pronta  a bollarla come roba da cataloghi di quarto ordine. Una critica autorefenziale che spesso affonda le proprie radici nel conflitto di interessi tipico dell'architettura italiana, quella commistione università-professione-riviste.-politica che una buona critica avrebbe dovuto contestare da tempo.

Vogliamo dare a Cesare quel che è di Cesare? Ci sono critici bravi che hanno cambiato il modo di fare critica in questo paese. Faccio due nomi. Uno lo fa anche Irace, ora: Luigi Prestinenza Puglisi. Non a caso troverete sul primo numero storico di Progetti e concorsi di sei anni fa due pagine con articoli miei e di Luigi che segnalava i 50 studi di architettura under 40 di talento e (forse) destinati a fare carriera . Un lavoro straordinario del critico pronto a fare la valigia e girare l'Italia. L'altro nome è Luca Molinari. La sua nomina al padiglione italiano dell'ultima Biennale è stata per me la rivincita di un certo modo di fare critica, mettendo e mettendosi in discussione. Gli occhi di queste due persone hanno saputo vedere e dare voce ai fenomeni che avanzavano.

Forse non sono stati sufficienti a cambiare questo mondo, come non è sufficiente l'informazione che fa Progetti e concorsi o altre pubblicazioni come il Giornale dell'Architettura. Ben vengano allora i critici più giovani che si muovono sulla scia di Prestinenza Puglisi e Molinari, guardano, cercano, evidenziano fenomeni nuovi. In questi giorni c'è un dibattito vivace su cosa sia la critica e sul rapporto fra critica e informazione sulla pagina di Facebook di NIBA, che è una rete di blogger di architettura.

E' vero che l'architettura fa fatica a trovare se stessa, ma penso che il modo migliore sia semplicemente nel cominciare a descrivere, raccontare, con occhio critico e aperto, quello che accade, cosa significhi fare questa professione, dare voce a chi la pratica. Si scopriranno tante energie e si scoprirà ancora una volta la riluttanza delle committenze, soprattutto quelle pubbliche, a scegliere la via virtuosa della qualità e dei concorsi. Per questo noi andiamo avanti su quella strada. Convinti che dal rilancio dei concorsi e dall'attività dei critici con la valigia in mano possa rinascere l'Italia del "fare bene" e la consapevolezza di questa Italia migliore.

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